A casa ho una cassa di arance che mi ha mandato mia madre.
Sono una teatrante e tutto appare congelato, adesso,
tranne le arance.
Il teatro è una di quelle cose che in questo momento non augureresti a nessuno,
non augureresti a nessuno neanche di aver aperto un bar tre mesi fa,
ma neanche di fare l’attore.

Che poi, non è che prima andasse tutto così bene
mia madre mi regala frutta da anni
e io, potendo, non farei teatro.
Ho provato a strappamelo via di dosso più volte
la prima quando un uomo con la sua carne schifosa
ha invaso la mia creatività
fa ancora l’insegnate e io quando posso racconto tutto quello che so
l’ho raccontato anche ad altri, tenendo stretta la mano di una ragazzina più piccola di me
ma, come ho detto, ancora fa l’insegnate.
Ho provato a fuggire dopo che un’altra scuola mi aveva masticata e sputata
e in mezzo a molti bar in cui ho cercato di fare la cameriera
– ricordo l’insegna luminosa di un pub vuoto.

Alla fine, sono sempre tornata al teatro
e c’è stato un momento preciso in cui ho pensato
che, se doveva essere, tanto valeva smettere di fare resistenza.
Ci sarebbero troppe cose da dire,
come tutto il tempo che non ci viene riconosciuto
tanto che non si capisce troppo bene cosa sia ‘sto lavoro di fare teatro.
Non si sa se esistano davvero le ore di prove
o le mille pagine per cavarne fuori una buona,
davvero passiamo le ore attaccate al telefono per trovare le date?
E davvero servono riunioni per decidere i prossimi passi
e come rimodellarci, scegliere le locandine, il post Facebook
davvero serve tutto questo amore per ogni dettaglio
dalla cartolina alla prima battuta?

In un mondo in cui tutto ha un costo preciso
il nostro tempo sembra galleggiare nel vuoto.

Io, anche in questi giorni, continuo a fare teatro
come ho detto, ci sono cose di cui non si può fare a meno
continuo a scrivere e parlare aspettando lo spazio di una sala prove.
Non ho risposte concrete alla crisi, credo che le risposte
toccherà trovarle giorno per giorno
e credo che ci saranno molti giorni duri
e molti giorni in cui dovremmo scegliere
se lottare o meno.

Ma se una cosa l’ho capita
è che il teatro deve parlare con le persone
ha bisogno dei loro corpi e dei loro occhi.
Allora sogno un teatro che si faccia tavola e festa
che scenda dai palchi per entrare nel quotidiano
che sia un aiuto contro la solitudine
che crei legami oltre che raccontarli.

I legami e le relazioni saranno una delle nostre risposte a questi momenti.

Saranno giornate dure e avremo bisogno di corpi per strada,
di immaginazione, di creatività, di pensatori e artigiani
avremo bisogno di mani dentro la terra.

Se penso a quello che sarà
spero solo di trovare parole che si facciano strada e via
che si facciano sentiero e mani.
Sogno parchi per i miei prossimi spettacoli, qualunque cosa diventeranno
sogno di ripensarmi insieme ad altri.

Se saranno giornate dure
io spero di passarle a fare quello che amo
raccontare, urlare, cantare forte,
ridere
perché nella risata c’è tutta la nostra gioia
e tutta la nostra ferocia.

 

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