Silenzio, buio in sala, teatro pieno.

Liv Ferracchiati entra, ci guarda, si infila sopra un vogatore di legno e lo fa partire: avanti – indietro, avanti – indietro, avanti.
Dietro, la scena è spoglia, sul pavimento un grosso quadrato delimita lo spazio in cui si muoveranno gli attori. Liv, per il momento, è fuori dal riquadro: avanti – indietro, avanti.
Inizia il dramma di Platanov, uno dei primi testi scritti da Cechov, pubblicato postumo e senza titolo. Ci dimentichiamo per un po’ di Liv e del suo vogatore e guardiamo un susseguirsi di donne (Francesca Fatichenti, Alice Spisa, Petra Valentina, Matilde Vigna) che si struggono per quest’uomo steso a terra, interpretato da Riccardo Goretti, maestro ventisettenne, cinico, facile nel parlare, scintillante nelle promesse. La scena è ritmata, le donne ruotano intorno a Platanov, sono arrabbiate, disperate, furiose, tutte innamorate.
Bella la recitazione, belli i costumi, qualche risata, tutto molto scorrevole e niente di particolarmente inaspettato.

Finché Liv non interrompe la scena e parla. Ci racconta di sé e si rivolge proprio a noi (o proprio a me, seduta in seconda fila) come una chiacchiera tra amici, in cui il testo di Cechov, le citazioni, si impastano alla vita dell’attore – lettore e alla sua visione del mondo.

Il male pullula intorno a me, insudicia la terra, ma io me ne sto in un angolo, guardo e taccio: ho già trent’anni e non prevedo più cambiamenti

 E lo spettacolo si schiude.
Liv Ferracchiati ci racconta del suo interesse per questo testo: “come può un’opera d’arte influenzare una vita?”, ci racconta del rimasticarsi le scene, di quel trovarsi nelle parole di altri, citarle e ricitarle ancora, così, anche in fila alle poste.

Trovavo rifugio nell’inazione di Platanov, nella sua paralisi tra attrazione e repulsione, tra paura e eccitazione, nel suo non agire e nel suo sottrarsi.

 Nel pensare di poter morire per le proprie idee, ma proprio morire magari no, stare giusto un po’ male, un po’ di mal di gola.
E così Liv attore, lettore, regista e drammaturgo entra ed esce dalla scena, la guarda da fuori e poi si intrufola nei dialoghi, dà qualche battuta, commenta.
E colpisce quel suo modo sobrio e nello stesso tempo intenso di stare in scena, maledetto lui che può parlare al pubblico così, come se niente fosse, come se ci conoscessimo da una vita intera, noi e Cechov pure, può prendersi in giro, farci sapere che la prossima battuta la dirà malissimo e ridirla di nuovo, strizzarci l’occhio.
E nel suo rileggere, spezzare, mischiare pare che il testo si apra e che i personaggi ci parlino di più, e difatti iniziano a parlare di più, a introdurre citazioni contemporanee, luci verdi, arringhe parodistiche, inglese, battute, vaffanculo, forever (meraviglioso l’ultimo monologo di Sasha – quello sfogo che speravamo dall’inizio e che ci fa godere nel finale). Per poi tornare al testo, alla sua intensità, a quel momento preciso in cui lui e lei si guardano, vado avanti o torno indietro, avanti – indietro, ti ricordi del lago?

Non sappiamo dove inizia Cechov e dove i gatti di Liv e nel frattempo che saltiamo da uno all’altro il fascino dell’uomo Platanov comincia anche ad infastidirci con quelle parole insopportabili come paperella, moschina, sciocchina e il suo egocentrismo, che forse iniziamo anche a non poterne più di quella affascinante inazione, di tutto questo avanti – indietro, perché forse abbiamo davvero voglia di andare avanti, di fare quel passo e di rischiare.

E’ uno spettacolo bello e potente, ed è meraviglioso vedere gli attori che godono nello stare in scena, che si divertono e divertono anche noi, meraviglioso vedere che ci possiamo incontrare: noi, Checov, i nostri gatti, le strade in cui abbiamo litigato, tutte le nostre paure.
Ci possiamo incontrare
In un’ode al teatro e alla letteratura
e fare quell’ultimo passo, tra donne di carta e vestiti strappati, lungo un’ultima canzone.

Uscire.

con (in ordine alfabetico) Francesca Fatichenti, Liv Ferracchiati, Riccardo Goretti, Alice Spisa, Petra Valentini, Matilde Vigna
aiuto regia Anna Zanetti
dramaturg di scena Greta Cappelletti
costumi Francesca Pieroni
ideazione e realizzazione costumi in carta e costumista assistente Lucia Menegazzo
luci  Emiliano Austeri
suono Giacomo Agnifili
lettore collaboratore Emilia Soldati
consulenza linguistica Tatiana Olear

produzione Teatro Stabile dell’Umbria
in collaborazione con Spoleto Festival dei Due Mondi

Ho visto lo spettacolo al Festival delle colline torinesi il 17 ottobre nel bellissimo teatro Astra.
Liv Ferracchiati ha appena pubblicato il suo primo libro Sarà solo la fine del mondo, che potete comprare su Bookdealer cliccando QUI.