I piedi di Ulisse toccano la sabbia di Itaca, piedi forti che affondano nel terreno e sembrano subito conquistarlo.
Che bell’uomo che è, con quello sguardo che va sempre oltre l’orizzonte, sempre al centro delle cose. Ed ecco che si dirige verso il suo palazzo. Passo chiaro, netto, schiena dritta.
Guarda le cose con nostalgia, accarezzando la sua spiaggia, il porto, la strada in salita verso casa sua. I ricordi sono dolci e gli appesantiscono le palpebre mentre assapora il suo ritorno.
E’ così immerso nei pensieri da non accorgersi dell’inquietante solitudine dei luoghi che attraversa. Non presta attenzione alla mancanza di pescatori sul molo o di venditori di ostriche lungo la strada.

Lui è tornato. E i suoi pensieri sono tutti verso il palazzo.
Immagina Penelope chiacchierare con un’amica e alzare lo sguardo distratta, si immagina le pupille della donna diventare piccolissime per l’emozione e il suo corpo gettarglisi tra le braccia. Un bacio al tramonto sulla terrazza con tutto il suo mondo sotto, come un applauso. E dalla porta vede spuntare un ragazzo coi suoi stessi occhi e un mezzo sorriso, quasi imbarazzato.
Papà, sussurrerà Telemaco, e sarà come cancellare tutti quegli anni distanti. D’altronde, nel corpo del ragazzo, scorre il suo stesso sangue e sicuramente le gesta dell’uomo sono state raccontate al bambino che sarà cresciuto nel sogno del padre.
Vieni ragazzo, abbracciami.
Sussurra Ulisse ripercorrendo la strada di casa, vuota.

Arrivato di fronte a palazzo, tuttavia, la realtà è così feroce da scalfire la perfezione delle sue riflessioni. La facciata sembra franata su sé stessa, il grande portone è stato devastato e lasciato aperto come un invito a qualunque mendicante della città. Ma nessuno sembra voler entrare né uscire. Adesso, Ulisse, si guarda intorno. Nessuno sulla collina. Nessuno sulla spiaggia. Un silenzio mortale aleggia nell’aria e intorno a lui i campi sono spogli, gli alberi incolti, frutti marci rotolano per terra.
Ulisse si precipita dentro il palazzo: frammenti di tetto, otri rovesciati, mobili rotti.
Le scale sporche e una polvere che sembra consumare le cose e rosicchiare il cuore dell’uomo.

Spalanca la porta della sua camera.
Sa che almeno Penelope dev’essere rimasta, sa che Penelope sarà al suo posto ad aspettarlo come aveva promesso.

Gli sembra quasi di vederla: seduta di fronte a tessere pacificamente. Non è stato forse quel pensiero ad addolcirgli le notti? Anche quelle più pericolose o piene di vino, anche quelle a fianco di altre donne, di streghe o sirene. Sempre aveva tenuto a mente il ricordo della sua amata moglie, e quell’eco l’aveva chiamata fedeltà.
Perché allora la stanza era vuota? Perché non c’erano braccia ad accoglierlo, oli ad ungerli il corpo? Perché Penelope non è nella stanza?

C’è un uomo solo al centro di una grande camera vuota.
Davanti a lui, come in un sogno, una tela lasciata a metà raffigura una donna che balla. Balla senza piedi, perché nessuno ha finito il disegno.

Ulisse non ha più niente e non è più padrone di nessuno.
Essendo uomo di viaggio non si fermerà qui.
Si lascerà cadere sul pavimento per qualche ora e poi si rialzerà, pronto a trovare una soluzione anche alla sua solitudine. Riuscirà a recuperare una flotta di disperati che insieme a lui si dirigeranno verso le colonne d’Ercole.
Morirà avendo negli occhi la fine del mondo.

Dove sia andata Penelope nessuno lo racconta.
Non ci sono poeti per le gesta di una donna che corre sola lontano da casa.
Forse si sta ubriacando in qualche osteria o sta imparando a vendere a caro prezzo la sua arte di tessitrice
oppure
in questo momento
è in cima a una montagna

non per vedere la fine del mondo
ma per scoprire l’inizio del suo.

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