Sono stata per tutta la mi’vita una nonna modello. Dico sul serio eh, di quelle che non si vedono manco in pubblicita’, anche perche’ mica le fanno le pubblicita’ di noi vecchi. Preparavo le torte e le poggiavo sul davanzale della finestra, ogni tanto bofonchiavo qualcosa su come si stava meglio prima, qui nel bosco. Quando? Prima. Giocavo a scala quaranta e tresette, ma non scommettevo mai piu’ del dovuto e non mettevo mai a repentaglio la mia pur misera pensione, anche se delle volte mi prudevan le mani da quanto volevo rischiare tutto, cosi’, li’ sul tavolo di quercia costruita da quell’anima infame del mio defunto marito- speriamo che in cielo un’trovi pace manco tra cent’anni. Pregavo, senza troppo entusiasmo, ma pregavo. E quando veniva la mia nipotina Cappuccetto, quando passava di volata fra una cosa e l’altra, quando la vedevo scalpitare seduta a tavola, quando vedevo le sue espressioni di insofferenza, quando alzava gli occhi al cielo o si appicciava al cellulare… invece di cacciarla fuori di casa, dicevo: “bella la mi’nipotina”. E le allungavo la paghetta.
Sorridevo, sorridevo tutto il giorno, sia mai che qualcuno passasse per sbaglio.

Poi un’so esattamente cosa è successo, ma stamattina mi sono svegliata e non avevo voglia di mettere la tovaglia per fare la colazione. E’ inziato tutto cosi’, con nonnulla ma poi non son piu’ potuta tornare indietro. Perche’ rifare il letto o lavare la tazzina del caffe? All’ora di pranzo, guardandomi intorno, mi son detta che non avevo davvero voglia niente. Mi son accoccolata sulla mia poltrona e un’mi sono piu’ alzata.
Io rimango qui, mi sono detta, io ristagno.
E c’ho trovato una gioianel mio piccolo sciopero, che un’potete capire. Mi si e’ ringalluzzito il cuoricetto invecchiato da tempo, son tornata alle sensazioni dell’amore folle nei campi – non con mio marito ovviamente, ci mancherebbe, sia dannata la sua anima infame.
E ho smesso davvero eh, ferma fermissima possa cadere il cielo.
Nel mio laghetto di nullafacenza son la piu’ regina di tutte. Come godo. Come godo nella mia poltrona. Accendo la televisione? No, perche’ non mi va. Vado a fare una passeggiatina per sgranchirmi le gambe? No, no e no, non mi va. Vado a fare quattro chiacchiere con l’Assunta? No, no e no e ancora no, non lho mai potuta sopportare.

E adesso che sento che bussano alla porta giuro che non apro. Ma manco se fosse mio marito in persona venuto qui a riscuotere tutte quelle botte che non ho fatto in tempo di dargli in vita. No.
Ma manco se fosse il lupo. Bussa lupo, bussa che non m’importa proprio.
Sentilo lì, por’anima, che cerca di far la voce di quella stronza della mi’nipote, vai vai fa’ pure, io non mi movo. E quello picchia piu’forte.
Ma io non mi movo, io ristagno.
Ed ecco che quello sfonda la porta e che caracolla dentro casa. Ecco che mi ulula in faccia.
E io lo so, lo so che dovrei almeno urlare un minimo, dare un cenno di sopracciglia, artigliare la poltrona. Ma non mi va, non mi va proprio. Sto ferma, sono nonna immobile. Al massimo: sospiro.
Ma lui non s’arrende mica, lui e’ lupo di fiabe, deve darsi per forza da fare. Allora strepita, rotea la coda, irrigidisce il pelo, digrigna i denti, sbava e urla, madonna quanto urla. E, dato lo sforzo, son quasi tentata di dargli almeno una piccola soddisfazione ma ormai sono stagno, sono lago montano, sono acqua ferma che ribolle ma non scorre. Io sono palude.

E il lupo piange, mi si spezza davanti, lui e i suoi ululati di anni, lui e il suo pelo che un tempo fu nero splendente e adesso ingrigisce, lui e tutte le sue cicatrici di cacciatori che l’hanno scuoiato, gettato nel pozzo, bollito e cacciato a bastonate. Lui che fa da anni e anni la sua parte, adesso continua ad ulularmi davanti. Ma non per farmi paura, per disperazione. Lo vedo, non sa piu’ chi essere se non il lupo cattivo, e anche se e’ stanco e acciaccato e impaurito, continua ad ululare, a buttare giu’ porte e a inseguire porcellini sempre piu’ giovani e scattanti.

“Vieni lupo”
e gli indico il divano accanto alla mia poltrona:
“vieni a sederti un po’ qui con me. Lascia che passi, lasciati andare.”

E lui mi guarda coi suoi occhi luposi. Do ancora qualche colpettino sui cuscini per convincerlo.
Lui all’inizio si accuccia stranito, annusa perplesso, guarda il suo corpo predatore sprofondare nella morbida stoffa. E alla fine, alla fine ci prende gusto. Lo sento sospirare, lo vedo appoggiare il muso gigante sul bracciolo e sorridere, di quei sorrisi commoventi che sanno fare solo i mostri quando smettono di lavorare.

“Nonna, ma alla storia adesso chi ci pensa?”
“Tranquillo Lupo, alla storia lascia che ci pensino gli altri.”

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