Ho un procione attaccato alla gamba
sta lì, rosicchia il polpaccio
ha ingoiato il piede.
Penso sia lì da prima, da tempo
sento i denti che sbriciolano le ossa.

Vorrei alzarmi, vorrei
provo a spostarmi da una camera all’altra
lo pesto e lui stringe più forte
sento il peso delle mura, il peso del pavimento
e il soffitto sopra
tutto preme.
Mi fermo e lo guardo negli occhi.

Dentro gli occhi del procione
ci sono io, in pigiama, con i capelli scompigliati
e lo sguardo vuoto
attaccata a qualcosa che non ha forma
senza soldi se non quelli di mia madre
cercando di far stare in piedi ciò che è già crollato.

Allora mi lascio andare
scivolo a terra
e tu prendimi
procione
divorami completamente
mangiami in fretta
con furia,
finiscimi.

Ma lui niente, continua a rosicchiare
e io non mi sento abbastanza neanche per essere mangiata
divorata
solo rosicchiarmi si può
a me che sono tutta pelle
molte ossa
avanzi di pollo da lasciare nel piatto
di quelli che non si gettano neanche ai cani
perché le ossa sono troppo piccole.

Vorrei urlare, strillare,
chiedere aiuto dal balcone.
Non faccio niente
sto lontana dai vetri
chiusa in una bolla fatta di nuovi orari
a cui cercare di aggrapparmi;
non urlo, non chiedo aiuto
il procione è arrivato alla coscia
e fa più male.

Ma continuo a restare al tavolo
continuo a scrivere
così come bisogna fare.

Della finestra ho paura
il panico profondo di scoprire
che anche una volta finito tutto questo
non ci sia nessuno là fuori
che possa ascoltarmi.

 

 

 

 

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